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Clint Eastwood: 90 anni di leggenda

Oggi compie 90 anni una leggenda vivente: Clint Eastwood, nato a San Francisco il 31 maggio 1930, sotto il segno dei Gemelli. Cineasta statunitense, uno degli artisti più rappresentativi della storia del cinema e di quella d’America.

Speciale “Clint 90” su Destra.it:

Novant’anni di Clint Eastwood 1/ Dagli spaghetti western all’ispettore Callaghan

Novant’anni di Clint Eastwood 2/ Lo sguardo d’un genio ribelle sull’America profonda

Altri articoli:
Senza perdere la tenerezza: The Mule (su Giovani a Destra)
Senza perdere la tenerezza: The Mule, il nuovo anti-eroe di Eastwood (su Destra.it)
Il caso “Richard Jewell”: Clint Eastwood contro il Quinto Potere (su Destra.it)

tutti gli articoli sono scritti da Tommaso de Brabant per Destra.it
grazie Marco Valle per la pubblicazione

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1000 Km Rossi: grazie Miriam Candurro

Oltre a essere uno dei volti più belli della televisione italiana, Miriam Candurro è una valida scrittrice. Ha pubblicato un romanzo, ne sta scrivendo un secondo e il quotidiano Repubblica ospita le sue riflessioni.
Col suo amico Andrea Bello, ha aperto un sito: “1000 km rossi.com“, una cronaca delle settimane che vedono l’Italia, e in maniere diverse tutto il mondo, bloccata per l’emergenza del COVID-19.
Ogni giorno, si alternano uno scambio di lettere fra Miriam e Andrea, e una pagina di diario di un ospite.

Il Venerdì Santo, ho inviato il mio diario, che è stato ospitato sabato, il 33° giorno di “1000 km rossi“:

QUI “Il cambiamento“, la mia pagina di diario.
(riproposta, nella sua integrità, anche qui sotto)

Grazie Miriam Candurro d’avermi ospitato!

Miriam Candurro

Cara Miriam,

credevo che il “mio” anno del cambiamento fosse stato il 2019, per quanto le (pur importanti) trasformazioni che ho attraversato, a fine anno non fossero ancora complete. Del resto, non si arriva mai.
Non potevo, così come nessuno poteva, immaginare uno stravolgimento come quello del 2020. Così radicale, così universale.

Guardo molto all’indietro, sono schiavo dei ricordi. Il che è bizzarro, perché il mio passato è recentissimo: comincia cinque anni fa, e ad aprile ne compio trentatré. Costruisco ogni nuova esperienza sulla base di quelle passate: questo dovrebbe condannarmi a una monotona stabilità, eppure ogni anno mi ha portato a degli stravolgimenti – obiettivi, attività, persino ambizioni.
Rimpiango molto il tempo perso: dove sarei, cosa farei, se non fossi “nato” così tardi?
Sto lavorando molto, in queste settimane, ma quel che mi turba di questo periodo è proprio il periodo: il tempo – l’impossibilità di movimento che ci tiene fermi sotto una campana di vetro.
Uno dei cambiamenti più belli dello scorso anno (e prosegue in questo), è stato l’incontro con una meravigliosa dottoressa con la quale ho un colloquio a settimana, a Milano in zona Porta Romana. Ci vediamo comunque, su Skype (mi vede nella soffitta che era la “grotta” di mio padre), ma ciò non lenisce la nostalgia dei percorsi prima e dopo il colloquio, di quello spazio di libertà di qualche ora a settimana, per andare a zonzo, ritirare i libri da Hoepli. Mi manca quella liturgia, mai identica a se stessa, basata sulle tappe di un percorso fatto con mia madre: i negozi in cui l’ho accompagnata, la pizzeria e la gelateria in cui abbiamo pranzato, la chiesa di San Satiro in cui mi ha fatto scoprire l’inganno di Bramante, la piazza San Babila dove siamo andati a teatro e da dove abbiamo cominciato la camminata per visitare una zia.
Un dettaglio crudele di questi giorni, è il cielo perennemente limpido, costantemente blu: non soltanto per la frustrazione di doverlo guardare, salvo qualche passeggiata con la scusa del cane da portare a spasso, da dentro le finestre; anche perché mi ricorda due viaggi – a New York e a Lione.
Scrivo queste note nel Venerdì Santo, rimettendo insieme i pezzi di qualche periodo pasquale degli anni scorsi. Sarà la prima Pasqua in isolamento, e a fine mese ci sarà il mio primo compleanno nelle stesse condizioni. Un dettaglio crudele di questi giorni, è il cielo perennemente limpido, il cielo costantemente blu (con buona pace del luogo comune della pasquetta sempre piovosa…). O una volta che, proprio
lo scorso aprile, fui ospitato per la notte di fronte alla torre della RAI… illuminata di blu. Quando ne tornai, il mio capo pubblicò un mio articolo su di un libro su Saint-Exupéry (a proposito di cielo) comprato a Lione, dopo di che ascoltai un disco di Bryan Ferry con la copertina blu. Ieri ho riletto un libro su Craxi, con in quarta di copertina non dei rossi garofani, ma una distesa blu.
L’estate scorsa, prima d’un colloquio da quella splendida dottoressa, nel cielo di Milano vidi stagliarsi aerei pilotati da colleghi (forse più prosaici) di Saint-Ex… ho poi comprato un orologio dal quadrante color del mare, che inaugurai proprio a quei colloqui. In questi giorni lo indosso, mi fa pensare a quei mesi, che spero tornino presto.

Lo stesso cielo di Roma, lo scorso settembre, quando intervistai il caro Maestro Pupi Avati. Un percorso celestiale, prima e dopo quel bell’incontro: dalla facciata bianca del Gesù che si staglia su di un blu intensissimo, a Piazza del Popolo e al cupolone di Michelangelo. Sono stato felice, a Roma, in certe giornate temporalesche, con l’atmosfera elettrica, e un mistero tutt’attorno. Ma la giornata ideale, a Roma, è così: come in un film degli anni ’70. Mi ha invece fatto malissimo, rivedere quei luoghi deserti. Infatti il buon Avati, nella sua bellissima lettera alla RAI, ha scritto d’un “silenzio cimiteriale in una città morta”. Ho avuto paura per lui, e per il mio ricordo con lui e per altri, legati a Roma: una bellissima famiglia di Prati, dei magnifici ragazzi genovesi con i quali ho condiviso tre soggiorni capitolini (tra la Balduina e Torre Argentina, con tradizionale cena in fraschetta), la mia mamma che insiste per farmi un regalo nel negozio della Roma.

Adesso vorrei tanto che ricominciasse il futuro. Prima che questo disastro dilagasse, avevo cominciato un nuovo percorso, col Corpo di Soccorso dell’Ordine di Malta. Ma proprio l’emergenza mi ha impedito di svolgere le visite mediche necessarie all’ammissione. Sono impaziente di sbrigare questa incombenza, e cominciare a essere parte di qualcosa, di un gruppo che mi sembra bello, grande.
Disastro che ha colpito la mia famiglia, facendomi improvvisare infermiere. Sono tornato, per svolgere questo “servizio”, in un luogo della mia infanzia: ho ripensato spesso al mio nonno Franco, un uomo molto intelligente stroncato dalla sua sola stupidaggine – la dipendenza dalle sigarette – diciannove anni fa. Ho ripensato alle partite a carte, al calcio in tv, ho rivisto la sedia su cui faceva le parole crociate e il tavolo su cui, dopo, puntellava il gomito per dormire con la testa appoggiata alla mano.

Spero che ricominci presto un futuro in cui, l’intrecciarsi e il ripercorrere dei ricordi, ne portino altri.

Un affettuoso saluto. Tuo,
Tommaso

1000 km rossi - diario degli italiani

Tommaso de Brabant per 1000kmrossi.com e per tommasodebrabant.net

Venerdì Santo 2020

Auguriamo buone festività pasquali, e di superare bene l’emergenza della pandemia, con questa bellissima foto di Max von Sydow, proposta oggi da suo figlio Cedric.
L’attore, scomparso il mese scorso, è qui ritratto con un asinello nato un anno esatto fa, il giorno del 90mo compleanno di questo grande artista (il 10 aprile 2019).
Che la vita continui, col loro stesso sorriso!

Proponiamo inoltre la più bella musica pasquale: il “Parsifal” di Richard Wagner.

Max & l'amico asinello

Lettera di Pupi Avati alla RAI

Destra.it propone l’appello del M° Avati:
Liberiamoci dalla tenebra e dalla banalità. Il Maestro Pupi Avati scrive alla RAI

Sembra buona cosa contribuire alla diffusione di questa lettera aperta che il regista Pupi Avati rivolge alla RAI, chiedendo una svolta culturale.Avati parla non soltanto da artista e uomo di cultura: anche da marito, padre e nonno, che ha vissuto tante stagioni, tragiche come felici, della storia contemporanea italiana: dalla guerra alla rinascita, dagli anni di piombo all’attuale emergenza scatenata dal virus COVID-19.Avati rileva che le registrazioni di trasmissioni televisive sono state sospese: perché allora, anziché intrappolare il servizio pubblico nella triste ripetizione di loro repliche, non proporre al pubblico qualcosa di bello, per uscire da questo momento buio…. crescendo con “l’effetto terapeutico della bellezza”? (T.d.B)

«E piango e rido davanti alla televisione come piangono e ridono i vecchi, che è poi come piangono e ridono i bambini, cercando di fare in modo che mia moglie non se ne accorga. Fra i tanti che se ne sono andati un mio amico, Bruno Longhi, grande clarinettista milanese, che il coronavirus ha portato via senza tener conto della sua bravura, di come suonava “Memories of you”, meglio di Benny Goodman. È il primo periodo della mia vita in cui anziché abbracciare vorrei essere abbracciato. Mi manca persino quella specie di bacio notturno con il quale auguro la buonanotte a mia moglie e che lei giustamente mi ha vietato. Dormo di più la mattina, nel silenzio profondo, cimiteriale di una città morta, appartengo anagraficamente alla categoria di quelli più svelti a morire. Ma in questo sterminato silenzio, che è sacro e misterioso e che ci fa comprendere la nostra pochezza, la nostra vigliaccheria, ci commuove la consapevolezza dei tanti che stanno mettendo a repentaglio le loro vite per salvarci. E questo stesso silenzio sarebbe opportuno per i tanti che destituiti di ogni competenza specifica continuano a sproloquiare saltapicchiando da un programma all’altro privi di ogni pudore, di ogni senso del limite.

Coloro che con tanta solerzia, con tanta supponenza, ci hanno accompagnato nel corso degli ultimi decenni appartengono al Prima del Coronavirus, quando era possibile il cazzeggio. Ora, se usciremo da questa esperienza, dovremo farne tesoro, dovremo trovare un senso a quello che è accaduto, soccorrendo le tante famiglie di chi ha pagato con la vita, aiutando a superare le difficoltà enormi, spesso insormontabili, nelle quali si troveranno i più, impegnandoci tutti a sostituire il dire con il fare, come accadde dopo la liberazione. Quello che provo somiglia a quando al cinematografo negli anni Cinquanta si rompeva la pellicola e accadeva che venivi scaraventato fuori da quella storia che era stata capace di sottrarti allo squallore del tuo quotidiano. Rottura accolta da un boato di delusione simultaneo all’accensione improvvisa di luci fastidiose. Me ne restavo seduto, stretto in me stesso, cercando di tenermi dentro il film, «dimmi quando ricomincia» dicevo a mia madre tenendo gli occhi chiusi e pregando perché quelli su in cabina si sbrigassero a riattaccare la pellicola. Perché fossi restituito al più presto a quel magico altrove.

Ecco questo tempo che sto vivendo che non somiglia a niente, è un pezzo della mia vita che vivo con gli occhi chiusi, in attesa di poterli riaprire. E quel mondo che si sta allontanando, che non tornerà più ad esserci, che non piaceva a nessuno, del quale tutti si lamentavano, eppure temo che di quel mondo proveremo una crescente nostalgia. E allora mi chiedo perché in questo tempo sospeso fra il reale e l’irreale, come in assenza di gravità, i media e soprattutto la televisione e soprattutto la Rai, in un momento in cui il Dio Mercato al quale dobbiamo la generale acquiescenza all’Auditel, non approfitti di questa tregua sabbatica di settimane, di mesi, per sconvolgere totalmente i suoi palinsesti dando al paese l’opportunità di crescere culturalmente. Perché non si sconvolgono i palinsesti programmando finalmente i grandi film, i grandi concerti di musica classica, di jazz, di pop, i documentari sulla vita e le opere dei grandi pittori, dei grandi scultori, dei grandi architetti, la lettura dei testi dei grandi scrittori, la prosa, la poesia, la danza, insomma perché non diamo la possibilità a milioni di utenti di scoprire che c’è altro, al di là dello sterile cicaleccio dei salotti frequentati da vip o dai soliti opinionisti.

Perché non proporre quel tipo di programmazione che fa rizzare i capelli ai pubblicitari! Perché non approfittiamo di questa così speciale opportunità per provare a far crescere culturalmente il paese stravolgendo davvero i vecchi parametri, contando sull’effetto terapeutico della bellezza? Il mio appello va al Presidente, al Direttore Generale, al Consiglio di Amministrazione della RAI affinché mettano mano a un progetto così ambizioso e tuttavia così economico. Progetto che ci faccia trovare, quando in cabina finalmente saranno stati in grado di aggiustare la pellicola, migliori, più consapevoli di come eravamo quando all’improvviso si interruppe la proiezione. E potremo allora riaprire gli occhi».

Pupi Avati